La leggenda di Alarico e del suo tesoro
Alarico, re dei Visigoti, aiutato da schiavi che gli aprirono una porta della città, il 24 agosto del 410 d.C. aggredì Roma, mettendo le mani su immense ricchezze, fra le quali c’era una parte del tesoro del Tempio di Gerusalemme, città distrutta nel 70 d.C. da Tito Flavio Vespasiano… Ecco! Potrebbe iniziare così un capitolo di storia, tutto incentrato sul decadimento dell’Impero Romano di Occidente e con le invasioni dei barbari scorazzanti per l’Italia tutta. Storia che potrebbe proseguire dicendo che Alarico guidò il suo esercito verso l’estremo lembo della Penisola, per trascorrere l’inverno nelle zone pianeggianti della Calabria, appunto nella “III Regio”.
Passato in Campania, Alarico prese Capua e Nola, dandosi alle orge. Paolo Diacono afferma: “Quindi menando clamore e strage per la Campania, la Lucania e il Bruzio, – siamo davvero nella III Regio– Alarico si ammalò e morì di malaria.” Fin qui la storia, e si da inizio ad un mito: quello del tesoro del re visigoto.
Beh, a chi non farebbero gola 25 tonnellate d’oro e d’argento? E’ questo il mitico tesoro di Alarico sepolto, assieme a lui e al suo cavallo, nel letto di un fiume appena deviato: Busento o Bussento?
Bisogna riconoscere il merito ai calabresi di Cosenza, di essersi adoperati davvero al meglio per rinvenire tale fortuna, già dai secoli passati! Molte volte, in verità, studiosi e archeologi, hanno individuato la tomba-forziere, ma altrettante volte sono rimasti delusi, come nel caso più recente di Cozzo Rotondo, una strana collinetta visibile dall’autostrada del Sud, nei pressi di Tarsia.
Questa ricerca, si diceva, parte da lontano. Infatti, nel 1747, Ettore Capecelatro, che faceva parte della Commissione che curava gli scavi di Ercolano, organizzò con grande dispendio di uomini e di mezzi una campagna di scavi, ma fu un’attività di breve durata perché presto delusa. Da ricordare pure quanto Alessandro Dumas scrive a seguito del terremoto del 1835, in settembre, nella città di Cosenza. “Il fiume (Busento) era completamente prosciugato e l’acqua era scomparsa, senza dubbio in qualche voragine che si era aperta tra la sorgente e la città. Vedemmo nel suo letto dissacrato una folla di gente che faceva degli scavi sulla autorità di Jordanes che raccontò di questo Re. Ogni volta –conclude Dumas– che questo fenomeno si rinnovella, si fanno gli stessi scavi e ciò senza che i sapienti cosentini, nella loro ammirabile venerazione per l’antichità, si lascino mai abbattere dalle delusioni cittadine che hanno provato.”
I tentativi, quindi, di scoprire il mitico tesoro di Alarico si sono susseguiti in ogni tempo. Se ne potrebbe tracciare una vera storia, che rivelerebbe come la “febbre” di Alarico costituisca in realtà una malattia complessa, risultante da varie componenti: gusto del fantastico e del mistero, visione sensazionalistica dell’archeologia, intesa più come avventura che come scienza.
Ma dove nasce tanta attesa, tanto febbricitante desiderio di ritrovare questo sì ricco tesoro? Non dalla storia certamente, ma da un semplice componimento poetico, di ottima fattura, questo si, del tedesco August von Platen, tradotto, altrettanto egregiamente, da Giosuè Carducci, il cui titolo è: “La tomba del Busento”.
Ma si dà caso che nei pressi di Policastro Bussentino, in provincia di Salerno, scorra un altro fiume, il Bussento: precisiamo, Bussento, trasposizione precisa del latino Buxentum, un tempo assai fiorente centro urbano lucano, divenuto nel 1806 terra di Campania, facendo grande torto alle proprie origini di appartenenza. Sono in pochi, studiosi o cultori di latino ad aver posto l’attenzione sulla “x” di Buxentum, che tradotta in lingua italiana, vale ben due esse, così i più affermati latinisti, e non una. Nel 410 d.C., è bene precisarlo, siamo ancora in pieno regime linguistico latino, parlato e scritto.
E ancora, negli estratti mappali di Policastro Bussentino, foglio numero 30, le particelle 380, 381 e 382, sono volgarmente denominati “a fuce”, giusto a voler dire che un tempo l’attuale corso del fiume lì nei pressi, e non dove, attualmente, si versa in mare, di un chilometro e più spostata a Nord Ovest. E, in ultimo, non ultimo, nei pressi dell’attuale ponte dello “Sciarapotamo”, confluenza di tre Comuni –Caselle in Pittari, Torre Orsaia e Santa Marina– trovasi una collina prodotta da terreno rimosso, una morfologia, insomma, non naturale. Elementi tutti, questi appena richiamati, che, a pensarci bene, inducono a non poche certezze.
Manca però una “ballata”, un Carducci che possa alimentare un mito, un sogno, una speranza.
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